Clio Manfredi


Nell'intervista ad Arts Blog, avete affermato di non ritenere i vostri attacchi “arte”. Non temete che, in una società in cui è il titolo (anche auto-assegnato) ad essere spesso considerato unica fonte di legittimazione, un'affermazione come la vostra possa ridurre l'impatto delle vostre azioni? In poche parole, oggi si possono creare oggetti che traggono valore dalla propria capacità comunicativa anche senza essere Artisti? E se quello che fate non è Arte e voi non siete artisti, cosa lo è?


Ciò che facciamo può essere definito in centinaia di modi. Tra tutti questi c’è anche l’opzione “arte”, ma a noi sinceramente non interessa più di tanto. Il nostro obbiettivo è quello di creare comunicazione, perlomeno, di parlare e rapportarci con la gente, e per questo scegliamo la strada e gli spazi pubblici come nostro luogo prediletto. Se poi un nostro lavoro è visto dalle persone come arte, come comunicazione o come provocazione, questo è legittimo, ognuno potrà trarne un’interpretazione differente. Ma il punto cardine è che noi non partiamo dall’idea di voler fare arte; Noi creiamo un qualcosa, che poi le persone definiranno. Comunque sia, certo che si può comunicare senza fare arte, come si può fare arte senza comunicare. Ormai “arte” è ciò che viene definito tale dal sistema e noi ce ne freghiamo altamente di questo sistema, e creiamo in modo disinteressato, senza preoccupazioni, senza obblighi, con il solo scopo di dare un messaggio.
Non temete che i vostri lavori vengano compresi e "letti" solo da chi già vi conosce attraverso altri mezzi di comunicazione (per esempio, internet)? Quale pensate che possa essere l'effettivo impatto di un attacco come "Ci Vuole MISSERI CORDIA" su un osservatore casuale?


Sicuramente un attacco come “Ci Vuole MISSERI CORDIA” può essere letto in modo più completo da una persona che abbia già visto e sentito parlare di SPAM in precedenza. Un passante qualunque che camminando per strada vede uno di questi manifesti per la prima volta, può rimanere sbalordito, incuriosito, o persino infastidito da tale presenza, senza comprenderne la motivazione o una ragione ben precisa. Tuttavia in molti ci hanno contattato dopo questo attacco, perché risalendo dalla firma “SPAM” sul disegno, hanno rintracciato su internet il nostro blog, e adesso ci seguono abitualmente. Riassumendo, un attacco in strada è sempre un input lanciato all’osservatore; che poi lui sappia o meno di SPAM, non è essenziale, l’importante è che quel disegno, quella frase, creino un imprevisto nella solita giornata. Un imprevisto che può rimanere un episodio curioso fine a se stesso, o che può trasformarsi nell’interesse verso il nostro modo di agire e ciò che facciamo.
Voi siete fra gli artisti di strada che meglio riescono a sfruttare le possibilità del web. Quale credete che sia, oggi, l'utilità di usare strada come palcoscenico espressivo quando esistono strumenti di comunicazione almeno apparentemente molto più efficaci ed altrettanto democratici come internet? (Mi scuso per questa domanda. Ma mi è stata posta più di una volta e sono sinceramente interessata alla vostra risposta).
Come già detto noi vogliamo comunicare e farci sentire. Per fare ciò, la strada non bastava, abbiamo scelto di utilizzare internet attraverso vari canali come il nostro blog, face book, e abitualmente i siti e i blog di coloro che pubblicano notizie o interviste su di noi. In questo modo possiamo arrivare facilmente ad un pubblico maggiore e più vasto di quello cittadino. Fino a poco tempo fa molti dei nostri attacchi erano solo su suolo fiorentino, e questa era una grande limitazione per tutti coloro che volessero vederli, ma non fossero della città toscana. Stessa cosa quando abbiamo fatto un attacco recentemente a Bologna. Il nostro blog ha pubblicato le foto, altri siti, anche molto importanti come “la Repubblica.it”, hanno recensito l’operazione, e in questo modo, un attacco fatto in una città è divenuto idealmente un attacco nazionale, visibile da tutti. Se questa è la possibilità che la rete ci può offrire, noi siamo decisi a sfruttarla al massimo.


Parliamo del vostro anonimato. Sin dal primo momento ho pensato che rappresentasse una scelta di grande intelligenza. Non solo perché, come è ovvio, vi permette di proteggervi da eventuali azioni legali, ma anche perché aggiunge una grande forze ai vostri atti di "guerrilla". Non è come per Banksy, che con l'anonimato ha nutrito il proprio "mito eroico". Nel vostro caso - forse perché siete dichiaratamente un collettivo - non conoscere i vostri nomi vi trasforma in una corrente. Invece che ammirazione, voi suscitate la percezione di qualcosa di vivo che si sta rialzando piano piano, dal basso, in un panorama di ipnosi collettiva. La sensazione è quella di stare partecipando a quello che fate, anche solo quando, camminando per le strade, si intravede per caso qualcosa di vostro. Ho la certezza che non si tratta di una mia paranoia, perché la sensazione mi è stata confermata da altre persone che, come me, vi seguono. Ora: si tratta di un effetto collaterale imprevisto, o consapevole e voluto? Potete parlarmene?


L’anonimato è alla base di SPAM, anzi è la sua ragione di esistenza. Se SPAM non fosse anonimo, allora faremmo tutti gli artisti con nome e cognome, artisti da galleria; esporremmo qualche quadro in qualche mostra, e “venderemo il culo” al mercato dell’arte. Ma abbiamo deciso di non farlo, perché tutto ciò è secondo noi veramente deprimente. Questione di scelte, e noi rispettiamo chiunque, ma ciò che facciamo vuole essere proprio all’opposto di questo modo di pensare. Noi non creiamo in funzione del mercato, in funzione del “vendibile o non vendibile”. Ciò che pensiamo, disegniamo e poi attacchiamo, lo facciamo perché ci piace farlo, e perché abbiamo qualcosa da dire. Non ci interessa il guadagno, la rendita o la possibilità di essere quotati. Dovremo desiderare di essere appesi sopra al caminetto di qualche collezionista d’arte o di qualche ricco gallerista? Ma anche no. E poi diciamoci la verità, fare nottata ad attaccare manifesti con l’adrenalina alta e il rischio del pericolo sempre dietro l’angolo è una cosa grandiosa. E tutto questo lo facciamo e lo continueremo a fare in modo anonimo, con la speranza che sempre più le persone siano interessate non a scoprire chi siamo, ma a capire cosa facciamo.
Sulla stessa linea di pensiero: potete dirmi qualcosa dell'apertura al coinvolgimento di persone esterne al vostro gruppo per la diffusione dell'attacco "Fuorilegge Chi Beve"? Rimarrà un caso isolato, o avete intenzione di proseguire su questa (devo dire interessantissima) strada?


Inizialmente è stato tutto casuale. Avevamo in mente questo attacco “Fuorilegge chi Beve”, un semplice messaggio stampato su dei foglietti celesti da attaccare con uno spago alle fontanelle delle città. Selezionammo alcune città nelle quali avevamo o degli amici o dei collaboratori, o dove comunque noi saremmo potuti andare di persona ad attaccare i bigliettini. Attaccammo così i primi biglietti e pubblicammo online le foto. Dopo qualche giorno iniziarono ad arrivarci e-mail dalle persone più disparate sparse per l’Italia, che chiedevano se era possibile avere dei nostri biglietti per poterli attaccare nelle loro rispettive città. La cosa fu sorprendente e ci piacque tantissimo, ci fece capire che il nostro raggio d’azione si stava allargando. Iniziammo così a fare buste e pacchetti, ognuna contenente i biglietti e i rispettivi spaghi, e poi spedimmo tutto a spese nostre. In questo modo siamo arrivati nelle città più diverse e distanti come Salerno, Torino, Milano, dove non saremmo mai riusciti ad arrivare da soli. Questo attacco è stato veramente la svolta. Persone qualunque spedivano a noi sconosciuti i loro indirizzi e recapiti (alcuni anche cellulari) fidandosi cecamente di noi, senza sapere nemmeno chi eravamo, e tutto questo con un entusiasmo incredibile che ci contagiò di conseguenza. L’attacco era semplice da fare, perché una volta fornito tutto il necessario che noi spedivamo, bastava prendere il biglietto e attaccarlo nell’apposito forellino con lo spago alle fontanelle delle città. Era così semplice che una persona qualunque con questi fogli poteva diventare SPAM e questo si è trasformato nel nostro obbiettivo ideale da raggiungere. Sicuramente in futuro organizzeremo nuovi attacchi in scala nazionale, perché questa è la tendenza alla quale vogliamo avvicinarci, una tendenza che renda SPAM non solo più un gruppo di persone fisiche, ma piuttosto “un modo di fare”, un’idea, una possibilità che tutti potranno scegliere di avere.
- E infine: in un ipotetico Manifesto che inquadrasse cosa è effettivamente la Strada per coloro che ne fanno il proprio palcoscenico espressivo, proprio come voi: quale dovrebbe essere il punto più importante?


Ci sono moltissimi luoghi nei quali è possibile esprimersi. Come sempre è una questione di scelte, e noi abbiamo scelto la strada perché è in assoluto il luogo più “quotidiano” e più accessibile a tutti, anche in modo involontario. Se esponi in una galleria, o in un museo, devi obbligatoriamente entrare in quel luogo, e lo farai solo se sei interessato e consapevole di ciò che stai per andare a vedere. In strada invece puoi incontrare un fruttivendolo, come un venditore ambulante, un piccione come uno zingaro, e in tutto questo fritto misto puoi imbatterti anche in SPAM. La strada è dunque una possibilità ogni giorno diversa, è un palcoscenico che muta, come mutano i suoi attori, è un luogo libero e di tutti. Se vuoi parlare alla gente è qui che devi andare, perché è questo lo spazio che la gente vive. In un museo le persone entrano per osservare un qualcosa che già è decretato e deciso, e possono solo ammirare senza mettere in discussione niente. Nella strada invece un nostro manifesto è allo stesso pari del biglietto di una casa in affitto messo a pochi metri di distanza, quindi qui la differenza la fa proprio la gente. Le persone decideranno se il nostro messaggio vale di più di un annuncio immobiliare o meno.